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In Italia, gli svantaggi per le donne nel mondo del lavoro sono più ampi che negli altri Paesi europei e le recenti riforme del sistema pensionistico, che prevedono un rafforzamento del rapporto diretto tra contributi versati e benefici previdenziali ricevuti, lasciano poco spazio ad elementi redistributivi. Nei sistemi di tipo contributivo, come quello previsto in Italia dopo la riforma Dini (1995), vengono privilegiate l'equità attuariale e la funzione assicurativa con il conseguente aumento delle differenze tra donne e uomini pensionati, solo in piccola parte compensate dall'applicazione di coefficienti di trasformazione uniformi tra generi. Le donne lavoratrici costituiscono la parte debole del mercato del lavoro, con carriere discontinue, prevalenza di rapporti di lavoro part-time, atipici e poco tutelanti sotto il profilo previdenziale. Il sistema contributivo le penalizza particolarmente a meno che non vengano introdotti elementi di solidarietà, quali, ad esempio, contributi figurativi accreditati ai fini pensionistici a favore del lavoratore costretto a interrompere l'attività lavorativa, in particolare per periodi dedicati alla cura della famiglia. Il tema dell'adeguatezza della prestazione pensionistica delle donne, dovrebbe essere un tema centrale, tenendo conto che l'invecchiamento demografico, il basso tasso di occupazione e la crisi economica, le espongono a maggiore rischio povertà. I dati recentemente pubblicati dall'Osservatorio sulle Pensioni Inps (2009) indicano che i redditi mensili medi relativi alle pensioni di vecchiaia sono significativamente più bassi per le donne (circa 630 euro) rispetto a quelli degli uomini (1219 euro). La situazione peggiora ulteriormente considerando che la speranza di vita è più elevata di quella maschile. Possiamo, pertanto, rilevare che è nel periodo di occupazione che si creano le differenze di genere che si riflettono, conseguentemente, nei trattamenti pensionistici. Per realizzare l'obiettivo della parità di genere anche in sede pensionistica è necessario, quindi, ripensare a modelli di welfare che sostengano di fatto le donne durante tutta la vita lavorativa. Se vogliamo tracciare un parallelo con la situazione previdenziale delle professioniste la situazione peggiora sensibilmente. Analizziamo, ad esempio, la loro carriera professionale: maggiori difficoltà di inserimento nel tessuto socio economico rispetto ai colleghi maschi a causa della presenza diffusa di discriminazioni di genere, discontinuità nel percorso lavorativo, minime provvidenze in occasione della maternità, nessuna protezione nella fase di cura dei figli piccoli o di familiari non autosufficienti, volumi d'affari inferiori in relazione ad uguali prestazioni. Se a questi dati si aggiunge la progressiva femminilizzazione delle professioni, è necessario che le Casse di previdenza privatizzate prendano seriamente in considerazione il fenomeno quale elemento di valutazione e di studio al tavolo di confronto istituito dal Ministero del lavoro per la realizzazione di un modello di welfare professionale finalizzato, anche, all'effettiva parità di trattamento tra i generi. Pubblichiamo alcune rappresentazioni grafiche elaborate da Enpacl sull'evoluzione del rapporto maschi femmine relativamente alle iscrizioni all'Enpacl dal 1972 al 2009 e l'evoluzione del volume d'affari prodotto da maschi e femmine nel periodo 1999/2008.
Grafici Rapporto maschi-femine iscritti Evoluzione V.A.I
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